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Effetti collaterali dello smart working nel post pandemia: cali di fatturato e disparità tra i dipendenti

Si fa presto dire lavoro flessibile. L’emergenza Covid ci ha consegnati a un mondo che per sopravvivere doveva chiudersi in casa e trasformare, per quanto possibile, una reclusione in un esercizio di adattamento. Lo smart working in tal senso è stata una scelta obbligata.

A colpo freddo, oggi, alcune ricerche internazionali raffreddano gli entusiasmi sul lavoro da casa e ne indicano alcuni effetti indesiderati.

A parte la questione economica, ancora tutta da analizzare data l’onda lunga della crisi che ha visto premiate solo alcune aziende specializzate o adattabili al lavoro flessibile ma che ha imposto gravi perdite ad altre realtà economiche pubbliche e private, l’Harvard Business Review ha dedicato un articolo all’argomento nell’intento di capire le ragioni che spingono chi dà lavoro a diffidare della flessibilità.

La risposta è condensata in quella che la rivista identifica nella “paura di perdere le 5 C: controllo, cultura, collaborazione, contributo e connessione”. Dalla verifica del rendimento allo scambio di opinioni vis à vis, dalla solidità del team all’effetto sull’empatia col cliente, lo smart working mostra punti deboli che meritano approfondimenti sia sul fronte economico che su quello sociale.
Inoltre è stato dimostrato che altri effetti indesiderati sono quelli che riguardano il reddito stesso dei lavoratori.

In particolare, i lavoratori con un basso livello di attitudine al lavoro agile sono più numerosi e riportano in media un reddito annuale lordo molto più basso. Al contrario, i lavoratori con alta attitudine allo smart working hanno mediamente redditi più alti, e il premio salariale dovuto al lavoro agile è proporzionale.

Insomma, in una ipotetica foresta di Sherwood lo smart working è come un Robin Hood al contrario, favorirebbe i ricchi e danneggerebbe i più deboli, almeno dal punto di vista del reddito.

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