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Alla fine dell’800 l’automobile più venduta era elettrica, ma non fu ritenuta conveniente e “virile” come quella a benzina…

Il fatto che la Storia riguardi il passato non vuol dire che non ci possa riservare ancora oggi grandi sorprese. Basta rileggerla, magari alla luce di questioni recentissime. E con l’aiuto di un sano spirito di autocritica.

Sul Guardian Tom Standage ha raccontato le vicende che portarono al passaggio dai cavalli alle automobili, partendo da una citazione del 1894 quando il New York Times puntò il dito contro il rischio degli escrementi di cavallo che riempivano le strade: ogni anno circa ventimila newyorchesi morivano per “i malanni che volano nella polvere”.

All’epoca per le strade di Londra circolavano qualcosa come 300 mila cavalli, mentre a New York ce ne erano in giro poco più della metà. La situazione non migliorò con l’avvento della locomotiva e con la conseguente costruzione di collegamenti ferroviari poiché la maggiore velocità ed efficienza dei collegamenti fecero crescere la domanda di un trasporto di merci e persone più rapido all’interno delle città: quindi ancora più cavalli.

L’arrivo delle prime auto suscitò un illusorio entusiasmo dal momento che si prometteva di cancellare i fastidi dovuti ai mezzi trainati dagli animali, tra cui il fetore, il traffico e gli incidenti. Pensate un po’: l’auto, per un certo periodo, fu vista come alternativa ecologica alla carrozza.

Tutti sanno com’è finita, soprattutto con l’inquinamento e la sicurezza stradale. Quel che invece pochi conoscono è l’occasione perduta proprio alla fine del 1800.

Nel 1897 l’automobile più venduta negli Usa era un veicolo elettrico: la Columbia Motor Carriage. Proprio così. Inizialmente i modelli elettrici erano più popolari di quelli a benzina e a vapore. Presentavano alcuni problemi tecnici: le batterie erano pesanti e avevano poca autonomia, mentre il motore a scoppio era più maneggevole. Ma soprattutto non avevano l’appeal dei concorrenti rombanti: le auto elettriche erano meno potenti e in qualche modo ritenute meno “virili”.

Le conseguenze di quella scelta economica e sociale le paghiamo ancora oggi.

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