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Nuove paure per i lavoratori: a cominciare da ciò che si posta sulle timeline.
Ma c’è un antidoto: la prudenza

Nonostante si intraveda finalmente una soluzione per l’emergenza Covid i sondaggi parlano ancora di un Paese impaurito, che si lecca le ferite. Nell’ultimo rapporto Ipsos Flair, la crisi economica preoccupa molto più di quella sanitaria: gli italiani temono di perdere il posto di lavoro (il 31% immagina che sarà messo in cassa integrazione nei prossimi mesi), di diventare più poveri (nell’ultimo anno il volume del cosiddetto ceto medio è calato dal 40% al 30%) e un terzo dei nostri connazionali prevede una riduzione del proprio reddito familiare tra il 20% e il 50%. Insomma l’immagine è quella di una nazione che non è statica, anzi si muove, si dà da fare, ma che costantemente poi ritorna indietro sui suoi passi, in quella che è stata definita, “la danza immobile di un paese al bivio”.
La perdita del lavoro è da sempre una delle paure più presenti nell’immaginario collettivo, e non soltanto in tempi di crisi. Oggi il contesto è molto più complesso e non solo per le convergenze internazionali e per i colpi inferti al nostro sistema economico dalla pandemia. Professionisti, dipendenti, imprenditori devono affrontare nuove strettoie per salvaguardare il proprio posto, inteso non soltanto come fonte di reddito e di sostentamento, ma anche come simbolo di integrità. Una tra tutte, e forse la principale per capacità moltiplicativa di effetti collaterali, è quella dei social network. Facebook, Twitter, Instagram e via chattando sono vetrine nelle quali specchiarsi e rispecchiare, ma l’immagine può risultare deformata. Le informazioni condivise e le opinioni spalmate sulle nostre timeline dicono di noi spesso più di quanto vorremmo. E magari possono nuocerci al di là di ogni peggior timore.
Ormai gran parte delle aziende adotta regole che riguardano l’uso e l’abuso dei social network: dalla netiquette al divieto di postare nell’orario di lavoro, dalle opinioni contro capi e colleghi all’uso di foto personali.
Nell’era della massima condivisione forse è giunto il momento di considerare la cautela come una scelta strategica. Perché, come diceva Vittorio Bachelet, “è la prudenza che aiuta a evitare di confondere l’essenziale e il rinunciabile, il desiderabile e il possibile, che aiuta a valutare i dati di fatto in cui l’azione deve svolgersi, e consente il realismo più efficace nella coerenza dei valori ideali”. O più prosaicamente, visto che siamo in vena di citazioni, “non si è mai troppo prudenti nella scelta dei propri nemici”. Parola di Oscar Wilde, genio incontrastato dell’imprudenza letteraria.

Se vuoi acquisire maggiore consapevolezza
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